San Salvi, refettorio dell’ex convento, un’oasi di silenzio.
In questo museo, peraltro gratuito, i visitatori son sempre pochi, le ‘savonarole’ tutte libere davanti all’affresco che Andrea del Sarto dipinse nel 1526.
Superata la drammatica concitazione dei ‘moti dell’animo’ leonardeschi, qui domina l’equilibrio delle figure, dei gesti e delle suppellettili che si giustappongono e si bilanciano in un gioco di simmetrie, pause e studiate variazioni cromatiche. L’ambiente immaginato dall’artista è arioso, elegantemente sobrio; sullo sfondo neutro, in alto, una finestra aperta, dalla quale due uomini si affacciano su un tramonto, apparentemente non partecipi al dramma dell’Ultima Cena. Il racconto evangelico sembra calarsi in un’aura senza tempo, ossia di ogni tempo, quindi anche del nostro oggi: riconosciamo il rossore di quelle nubi nei nostri cieli quotidiani, e forse noi stessi in quegli spettatori che commentano la scena. Un distacco emotivo solo apparente, che è semplicemente il rifuggire da eccessi di patetismo, come insegna questo Cristo che agisce con composta dignità pur nel drammatico frangente.
D’altronde Andrea del Sarto è pittore di equilibrio, di mediazione (per esempio, tra la sobrietà di un Fra Bartolomeo e le bizzarrie del manierismo, tra il vigore michelangiolesco e lo sfumato di Leonardo), e perciò di perfezione: il ‘pittore senza errori’ come lo definì Vasari.
Ma quest’elogio che non evidenzia la qualità, bensì la correttezza, temo che negli anni abbia suggellato l’idea che la pittura sartesca sia incapace di elevarsi ad altezze sublimi, laddove la sua grandezza sta proprio nell’essere umile e generosa. In un’epoca in cui è in voga il clamore, l’eccesso, il bizzarro a tutti i costi, sarà dunque più difficile apprezzare la semplicità, il silenzio e la gioia che questo Cenacolo ci può offrire.
Tuttavia, per chi si cimenterà, sarà una piacevole scoperta.